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Nov 08 7

Un angolino d'antimafia che ci lascia perplessi

Pubblicato da Mario Meliado alle 21:58 in POLITICA & 'NDRANGHETA


Il sostituto procuratore Santi Cutroneo dovrà lasciare la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. E qui un accento forte dovrà scandire la parola "dovrà"....

La sezione disciplinare del Csm (il Consiglio superiore della magistratura, che è poi l'organo d'autogoverno dei magistrati) ha accolto infatti la richiesta del ministro della Giustizia Angelino Alfano, che il 22 ottobre scorso ha sollecitato il trasferimento d'ufficio urgente del magistrato calabrese.

Una misura cautelare, adottata in attesa che venga definita l'inchiesta disciplinare che lo stesso Guardasigilli ha avviato al termine dell'ispezione disposta lo scorso luglio a carico del pm reggino.

E se viene contestato a Cutroneo (che per un periodo è stato anche controversamente distaccato alla Procura generale presso la Corte d'appello, dimostrando immediatamente scarso appeal coi colleghi di Procura tanto da avocare alcune indagini per conto del pg Giovanni Marletta...) d'aver occultato il ritrovamento di una microspia, cosa che se riscontrata risulterebbe già assai grave, sconcerta letteralmente l'altra ipotesi formulata a suo carico. Cioè la <documentata - si legge nell'atto accusatorio che ha condotto alla decisione di Palazzo dei Marescialli - frequentazione con esponenti di cosche criminali>. E qui il riferimento è all'inaugurazione di un negozio a Taormina, alla quale il magistrato ha partecipato <alla presenza dei familiari del latitante Condello>. Cioè il Supremo, colui il quale era considerato uno dei più ricercati, dei più pericolosi, dei più "intoccabili" mammasantissima della 'ndrangheta (a sua volta considerata, l'abbiamo ribadito ormai decine di volte, l'organizzazione mafiosa in atto più potente sul pianeta).

Comportamenti d'<intrinseca gravità>, si legge ancòra, che hanno creato <insanabili contrasti con gli altri colleghi> della Procura (si veda le contestatissime avocazioni di cui sopra, anche). 

Perciò lo stesso ministro siculo Angiolino Alfano ha suggerito al Csm che Cutroneo venga allontanato in modo <impellente> dalla Procura reggina, apparendo la sua permanenza in tali uffici <assolutamente incompatibile con il buon andamento dell'amministrazione della Giustizia>, così come ribadito in sede d'accusa oggi stesso dal sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione Vito D'Ambrosio.

Certo, ci fa sorridere con amarezza una considerazione contenuta nel dossier d'accusa. Il presupposto, sinceramente opinabile, che il trasferimento serva veramente a <tutelare la fiducia della collettività nelle istituzioni>...

 

L’ex presidente della Camera scrive al ministro dell’Interno.

L’argomento è: l’ordine pubblico e il crimine organizzato in Calabria. Per esempio, le intimidazioni agli amministratori, improvvisamente diventate troppe. Tutte in una volta.

 

Sì, perché sono troppe se nel giro di un paio di giorni prima prendono a rivoltellate il portone di casa e poi fanno esplodere una bomba nella dimora delle vacanze del tuo luogotenente calabrese… tanto più se sei Pierferdinando Casini, il leader rampante dei centristi con (fondate) ambizioni da futuro premier.

 

Una cosa fa sorridere amaramente: la promessa di tutelare al top il segretario calabrese dell’Udc Franco Talarico che, dopo il primo dei due selvaggi “avvertimenti”, era giunta dopo l’intercessione del presidente della Giunta regionale Agazio Loiero.

…Tutto come se ci fosse una conventicola pseudomassonica cui fare un favoruccio, e non da tutelare l’integrità fisica di tutti i calabresi; la libertà e la democrazia da tutti i pericoli, primo fra tutte il pericolo della ‘ndrangheta (la più potente associazione mafiosa del pianeta secondo fior di magistrati); la stessa libertà d’opinione e concreta possibilità di fare liberamente politica, in Calabria, senza doversi veder saltare in aria l’auto o morire ammazzati come Franco Fortugno 3 anni fa.

 

E’ l’antipatico equivoco “corporativo” da cui bisogna subito uscire: è uno scandalo che possano avvenire attentati malavitosi di questa portata, ma – al di là della giovane età e degli indubbi meriti politici – non perché il bersaglio è l’ex presidente della Commissione Bilancio. Potrebbe esserci chiunque. E non ci pare meno grave (tutt’altro) che la ‘ndrangheta, a Gioia Tauro, abbia potuto far saltare in aria l’imprenditore ed ex vicepresidente del Catanzaro Nino Princi, al di là delle numerose (evidenti) differenze di contesto.

 

…Proprio per questo, in giorni delicatissimi per la Calabria, accanto a una spasmodica ricerca dei responsabili di queste vergognose intimidazioni, sarà bene che si affianchi un’altrettanto efficace ricerca di un movente non di comodo.

Non vogliamo che queste parole vengano equivocate, ma la verità non può passare per la politica dei doppiforni: è bene che la verità su fatti gravissimi che purtroppo accadono in Calabria (e non solo), senza ipocrisie o freni di sorta, sia una verità a 360 gradi. Anche se ne emergesse qualche tassello antipatico da vedere o da mostrare all’opinione pubblica.

 Cinque arresti: uno di ‘ndrangheta in senso stretto (Gioacchino Piromalli “senior”, presunto luogotenente dell’omonima cosca che spadroneggia nella Piana di Gioia Tauro), uno che gravita nel mondo delle professioni (Gioacchino Piromalli “junior”, nipote di Gioacchino “senior” e, in sé, legale artefice di un singolare “scambio”: prestazioni professionali al posto di 10 milioni di euro che avrebbe dovuto versare al Comune di Gioia Tauro, che nei suoi confronti s’era costituito parte civile), altri tre attribuibili al Pianeta Politica (il sindaco di Rosarno Carlo Martelli, che pesanti guai con la Giustizia già in passato aveva avuto, e l’ex sindaco ed ex vicesindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione e Rosario Schiavone rispettivamente).  

E’ questo il bilancio dell’operazione messa a segno dalla Polizia su input della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.  

In realtà, dietro c’è un orizzonte assai più complesso: il “fissato bollato” delle connivenze di cui sempre s’è parlato a bassa voce; delle collusioni tra la ‘ndrangheta, la burocrazia e l’amministrazione della cosa pubblica; dello strapotere dei clan anche dietro i sorrisi legalitari di facciata.  

Una cosa a nostro avviso molto molto importante, da ricordare per il futuro, l’ha detta il deputato aennino Angela Napoli: tutto ciò dimostra che la pervasività delle 'ndrine rispetto ai gangli della pubblica amministrazione ha raggiunto una profondità incredibile... e c'è da essere molto, molto preoccupati.

…E visto che di An parliamo, be’, adesso bisognerà prendere atto anche di un’altra cosa: che il crimine organizzato non attecchisce solo in forze come Forza Italia (Martelli) e Udc (Dal Torrione, peraltro dal vigoroso passato berlusconiano; o, andando più indietro, Pasquale Inzitari), ma è ormai “un fatto” acclarato, almeno in termini d’ipotesi accusatorie, pure per quanto riguarda il partito di Gianfranco Fini (rispettando, è chiaro, la verità processuale che arriverà soltanto quando esisterà un verdetto irrevocabile). 

Come si ricorderà, ha lasciato la cella solo una manciata di settimane fa - dopo quasi 300 giorni di reclusione – l’ex capogruppo di Alleanza nazionale al Comune di Reggio Calabria Massimo Labate, incarcerato per 416-bis nell’ambito dell’operazione “Testamento”. E uno dei massimi esponenti del partito su scala provinciale era sicuramente lo stesso Schiavone, tra i più acclamati giovani “feldmarescialli” del partito (e la più illustre tra le vittime dell’ “azzeramento” della giunta Dal Torrione, quando il primo cittadino tentò un “repulisti” dopo gli avvisi di garanzia, senza tener conto che a metà aprile il Governo centrale, a pochissimi giorni dal voto, avrebbe sciolto la sua Amministrazione).  

A proposito.  

Sui fatti non ci attardiamo, visto che in queste stesse ore tutti i media – anche nazionali – non vedono l’ora di azzuffarcisi, pur in carenza di accorte riflessioni (ci pare) sul fatto che vengono disposte ed eseguite misure di custodia cautelare in carcere su atti e comportamenti ampiamente noti alla magistratura e divulgati con dovizia di particolari dalla stessa stampa… Però una cosa dobbiamo dirla.

Di solito, dopo arresti “eccellenti” come questi per vicende scottanti come questa, la politica si trincera dietro un non sempre nobile silenzio. Il segretario provinciale di Rifondazione comunista Antonio Larosa, invece, sottolinea in queste stesse ore che questi arresti <sono la dimostrazione più lampante e più incisiva della perversione esistente, in provincia di Reggio Calabria, nei rapporti tra tanta parte della politica e la ‘ndrangheta>.  

Non solo: l’ex assessore provinciale torna a puntare l’indice contro alcune <realtà comunali specifiche come quella di Rosarno> e certe liste elettorali pidielline, facendo esplicitamente il nome del consigliere provinciale e neovicecoordinatore provinciale di Forza Italia Gaetano Rao, <nipote del boss Peppino Pesce>, rimarca lui. 

E dopo le recenti <reazioni forti>, sottolinea il rifondatore, adesso <riceviamo la più plastica delle conferme, ovvero che vi è una parte della politica che troppo facilmente “civetta” con la ‘ndrangheta, fino a rappresentarne interessi e aspettative>.  

Di qui alla Domanda Delle Domande, il passo è breve: <E’ in grado la politica reggina di porre un argine concreto alle infiltrazioni mafiose che caratterizzano molte delle sue Amministrazioni? (…) E’ disposta la politica a rifiutare voti indecenti e, quindi, ad avere qualche successo elettorale in meno?>. 

L’interrogativo noi lo riproponiamo, perché lo sentiamo fortemente come la Priorità delle Priorità e – soprattutto – perché sentiamo fortemente che la cosa non riguarda certo solo il centrodestra; anzi…

Qualche risposta, vera, sarebbe gradita.

E’ terminata la lunga latitanza del 57enne (…ma giovane nelle foto diffuse fin qui…) Pasquale Condello.

Ad avviso degli inquirenti, “il Supremo” (com’era soprannominato il super-ricercato) è senz’altro il capo della temibile cosca Condello e senza dubbio uno degli uomini più pericolosi e “in alto” di tutta la ‘ndrangheta calabrese; ed essendo quest’ultima considerata ormai l’associazione a delinquere più potente dell’intero pianeta, l’arresto di Pasquale Condello andrebbe dunque festeggiato a dovere da chi ha a cuore la legalità.

E’ terminata la lunga latitanza del 57enne (…ma giovane nelle foto diffuse fin qui…) Pasquale Condello.

Ad avviso degli inquirenti, “il Supremo” (com’era soprannominato il super-ricercato) è senz’altro il capo della temibile cosca Condello e senza dubbio uno degli uomini più pericolosi e “in alto” di tutta la ‘ndrangheta calabrese; ed essendo quest’ultima considerata ormai l’associazione a delinquere più potente dell’intero pianeta, l’arresto di Pasquale Condello andrebbe dunque festeggiato a dovere da chi ha a cuore la legalità.

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